Mood

Non vinco, non perdo. Neos Nostos.

C’è una differenza sottile ma sostanziale tra perdere e non vincere: se non vinco non ho perso nulla. Sono tale e quale a prima. Anzi no, se non vinco a volte ci guadagno comunque qualcosa. Il coraggio di aver tentato, di essermi messa in gioco, di aver scelto un “perché no?!” ad un “assolutamente no!!!”.

E dunque io il concorso letterario “Bere il territorio” non l’ho vinto, ma non ho neanche perso. Perché quello che ho scritto mi piace, parecchio, e per una rompiballe come me non è poco.

Qui c’è la Calabria. Qui c’è una terra nuova che mi ha portato aldilà di ogni mia aspettativa.

Qui c’è un vignaiolo, che in realtà sono tre. Qui c’è la passione per quello che la terra da e la natura crea.

Qui c’è il rispetto. Del tempo, innanzitutto.

E poi qui ci sono io. Io, che sulla teoria sono sempre preparatissima e poi .. e poi forse imparo. Io che per mettere nero su bianco questa parole ci ho messo davvero tanto, consapevole che poi sarebbe rimaste impresse lì, come piccole verità.

E questo allora è il racconto che ha partecipato al concorso, che non ha vinto, ma che non ha neanche perso.

Grazie alla Calabria, alle amiche e ai viaggi. Grazie a Spiriti Ebbri e alla loro passione, fonte di ispirazione per questa tastiera e fattore scatenante di infiniti pranzi più o meno improvvisati.

Néos  Nóstos

Imbarchiamo ora i passeggeri del volo Ryanair FR4324 diretto a Lamezia Terme.

Il microfono gracchia e l’espressione dell’assistente di volo tradisce il suo disappunto. Detesta quel rumore metallico. Stringe gli occhi e cerca di allontanarsi in fretta da quell’aggeggio difettoso che, a conti fatti, non serve a nulla.

I pochi passeggeri pronti a imbarcarsi sono già stipati davanti a lei, come corridori alla partenza di una maratona. Valigia in una mano, documenti nell’altra. Perché abbiano tanta fretta, non lo capisco. Non c’è nessuno starter, nessuna gara. Solo io resto seduta. Li vedo scorrere davanti a me, con lo sguardo fisso verso la pista di atterraggio. Ne vedo le sagome sfocate passarmi davanti mentre fisso un punto sull’asfalto.

Manca poco alle 6 e io mi chiedo cosa faccio qui. Del sole non ci sarà traccia ancora per un po’. E’ ancora notte, ma è già mattina. Momento incerto. Come me d’altronde, che continuo a pensare perché io abbia deciso all’ultimo di comprare questo biglietto, alzarmi alle 3 e guidare fin qui. L’umidità della pianura padana non perdona, si infila sotto pelle e te la porti ovunque, impregna i vestiti e i muscoli. Speriamo evapori ad alta quota, non voglio portare nulla con me. Viaggio leggera, non ho nemmeno il bagaglio a mano. Lascio tutto qui, mi bastano i pensieri. Occupano troppo spazio quelli.

Il rumore del carrello sull’asfalto è talmente forte che mi sveglio di colpo. D’istinto faccio per alzarmi, ma la cintura di sicurezza ben stretta in vita mi ricorda dove sono. Riordino le idee e scendo velocemente da quell’enorme contenitore. Più velocemente corro fuori dall’aeroporto. E’ come se non ci credessi ancora di averlo fatto.

Il cielo è grigio, le nuvole si ricorrono così veloci da farmi girare la testa. L’aria sa di nebbia e di mare. Di umidità, giusto un velo. Vento. Forte. Speriamo spazzi via i miei pensieri.

“Allora non scherzavi. Quando ho letto il tuo messaggio, non ero certo di poterti credere”

Non avevo mai sentito quella voce prima, ma la riconosco e mi giro d’istinto verso di lui.

“E io temevo di non trovarti qui ad aspettarmi, con così poco preavviso”

Se ne sta lì in piedi, a pochi passi da me. Immobile, con la braccia allargate, gli occhi socchiusi e un sorriso buono in viso. E’ quell’espressione che tante volte ho visto in foto e ho immaginato leggendo le sue mail.

“Quando ti ho detto <vieni pure quando vuoi> non scherzavo, vedi?”

“Credo di averti davvero preso in parola stavolta! Non so dirti quanto io ti sia grata, Pier”

Mi avvicino e mi stringe a sé. L’umidità emiliana si è dissipata tra quegli strati di stoffa e sincerità.

“Saliamo in auto, tra poco pioverà e noi abbiamo mezz’ora per raccontarci tutto quello che vogliamo, prima che tu mi dica davvero perché sei qua”

“Sai già che non parlerò se non davanti a un bicchiere di vino?”

“E da quando basta un bicchiere per farti parlare?” Mi strappa una risata, e già mi sento a mio agio.

Il viaggio verso casa di Pier è un contrappunto, una melodia originale: boschi che si arrampicano su pareti di montagne, paesi arroccati che sembrano usciti dal più classico dei presepi, fichi d’india temerari tra le corsie della Salerno-Reggio Calabria.  Il verde all’orizzonte spezzato dall’ocra della terra arida. Il blu infinito e lontano. Le gallerie che danno il tempo e mi lasciano in sospeso fino a che l’occhio davvero non realizza cosa c’è alla fine. Una musica che cambia rapidamente, come i nostri discorsi e un maestro esperto come Pier, che dirige questa orchestra.

Parcheggiamo davanti alla porta di casa. Scendo e mi irrigidisco all’istante.

“ Freddino, eh?”

Freddino, dice? L’aria è piccante: congela e pizzica in viso.

“Siamo a Celico, la Sila è a un passo da noi, cosa ti aspettavi?”

Come dargli torto, ma io – figlia delle cartoline da vacanza, donna della pianura del nord e scarsa appassionata di geografia – mi oriento per cliché e nel mio atlante immaginario la Calabria è il mare, la ‘nduja e la cipolla rossa.

Lui apre la porta e mi basta un secondo per capire che non siamo in casa sua. Resto sulla soglia per un tempo che non so quantificare. Gli occhi si lanciano da un angolo all’altro, come palline in un flipper e registrano talmente tante immagini che presto sono in tilt.

“Mi hai portata in cantina?”

“Sì, e se riesci a capire cos’era prima di diventare il mio regno, ti faccio scegliere il vino da bere.”

C’è un ingresso largo, con una piccola stanzetta a destra che pare quasi una portineria. Poi si apre una stanza ampia e alta una infinità di metri. Sopra c’è un soppalco che gira tutto intorno e si raggiunge da una scala. Sembra quasi una galleria di un piccolo …

“teatro! Un teatrino di paese, forse!”

“Fuochino” risponde lui annuendo con la testa come se si aspettasse la mia risposta.

Lungo tutto il perimetro di quella grande sala, delle alte botti d’acciaio dominano la scena, e più in alto altre botti e barili. Giusto un paio di sedie al centro e un asse di legno appoggiata su un paio di casse.

“Era un cinema” mi dice “Vieni, accomodati. Ho pensato che sarebbe stato meglio riempire un po’ lo stomaco, spero ti piaccia.”

Non riesco a smettere di guardarmi intorno, c’è qualcosa di così poetico in questo posto che non sento la stanchezza né la fame. Il profumo di fritto che risale le narici mi riporta alla realtà.  “Cos’è questo profumino, Pier?”

“Te ne sei accorta finalmente, assaggia. E’ un piatto tipico di questo periodo dell’anno. Sono i cuddrurieddri.”

“I Cuduche?” gli chiedo io, allibita

“Cud-dru-ried-dri” cerca di scandire lui. “Sono frittelle di pasta di patate, per l’Immacolata tutti le fanno qui. Quello lo sai cos’è?” e mi indica un vaso di vetro dall’improbabile contenuto rosso.

“Mhhh, sembrerebbe ‘nduja” rispondo.

“No, sbagliato! Allora senti, visto che non hai indovinato nemmeno questa, il vino lo scelgo io!”

Sparisce un secondo e ritorna con due calici e una bottiglia senza etichetta e mi spiega che quelle nel vaso sono sardelle; minuscoli pesciolini conditi con peperoncino. Me ne spalma una generosa cucchiaiata su una fetta di pane sciocco e me la porge. C’è la Calabria in questo boccone! Me lo gusto ad occhi socchiusi e quando li riapro c’è un bicchiere pieno davanti a me. Quello che vedo mi stupisce al punto che l’ultimo boccone resta sospeso lì. Mi blocco, non deglutisco. Alzo il calice verso la luce.

“Dimmi a cosa stai pensando” mi esorta

“Cerasuolo. Ha il colore del Cerasuolo, ma sembra meno limpido. Sembra quasi denso”

Io annuso, lui tace. “Ha un odore che non gli somiglia per niente però. Se non lo avessi visto, alla cieca avrei detto fosse rosso … e invece è rosato, vero?” Annuisce e non aggiunge altro, me lo lascia assaporare.

Odora di viola e di fragoline. E’ talmente penetrante che potrei ubriacarmi solo annusando. Lo assaggio lentamente. Ho quasi paura a deglutire. Reverenza.

In bocca è la scarica finale dei fuochi d’artificio alla sagra di paese. Esplode.

“Io non lo so cosa sia questa cosa Pier, ma è travolgente. Questo è un vino che si ricorda. Anzi, questo non è un vino, è una verità”

“Questo è il più bel complimento che tu mi potessi fare” mi confessa “Adesso che hai assaggiato la mia verità, me lo vuoi raccontare perché sei qua?

Respiro profondamente, come se mi stessi preparando ad una lunga apnea. “Sono scappata”.

“Scappata?” di colpo si fa serio e io non voglio si preoccupi, continuo “Sono scappata da quello che non funziona. Ho lasciato i rimpianti e i problemi che non riesco a risolvere a casa e sono venuta qua”

“E cos’è che non funziona?” mi chiede serio

“Io” sentenzio. “Il mio problema sono io, Pier”

Non mi fa domande, non mi incalza. Mi riempie il bicchiere e aspetta che io continui.

“Io non riesco ad accettare di non essere amata. Io che se non amo vivo solo a metà, non ho nessuno che voglia semplicemente me. E mi innamoro perdutamente di chi non vuole legami e mi allontana. Mi sento sbagliata, non sono mai abbastanza, capisci Pier?”

“Vedi Greta, l’amore è un po’ come il vino. Non lo devi costruire, si fa da solo. Sai come lo faccio? Lascio che faccia quello che vuole lui. E’ la natura che lo fa, non io. Io non lo correggo, non lo plasmo, non mi impongo, non pretendo. Lascio che i lieviti e i batteri spontanei facciano quello che pare a loro. Loro creano l’armonia, io dirigo semplicemente l’orchestra. E lo sai cosa serve innanzitutto? Tempo. Non puoi forzare la mano, non puoi mettergli fretta. La parte più complicata è aspettare, perché ti sembra di buttare via della vita. E invece poi apri una bottiglia ed eccola lì la musica, ecco la magia … è valsa tutta l’attesa. L’amore non si pretende, altrimenti è una farsa, un’illusione e non ti lascerà in bocca alcun sapore. Ama prima te stessa e datti tempo. L’amore che coltivi ritorna sempre, credimi.”

E mentre innaffio la terra di Calabria con qualche dozzina di lacrime, gli chiedo come si chiama quel rosato così vero.

“Neòstos. E’ la crasi di due parole greche, néos e nóstos … ed è quello che ti auguro Greta, un nuovo ritorno!”

(Tutti i diritti sono riservati a Go Wine)

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